pinholeros

Testi di Rosa Chiara Vitolo


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si alza il sipario e scende il buio.

 

L’attesa dello spettacolo che sta per iniziare si tocca nell’aria.

Si avvicina lei, mi arriva a malapena alla gamba e mi fa segno di zittirmi.

 

IO vedo nei suoi occhi spalancati mille visioni di giorni già vissuti,

IO vedo nella sua bocca carnosa cento baci appassionati.

È la mia giovinezza che mi sfiora e mi trova sfiorito.

Al centro del suo cuore rivedo nitidamente il mio profilo.

 

 

Taci! Taci! Taci! Il mio film sta per cominciare.

 

 

 

 

 

 

 

Come cerini pronti a bruciare,

esili corpi di uomo senza volto,

uniti dallo stesso destino,

amici non per scelta,

ritti nello stesso legaccio.

 

IO me ne sto in silenzio,

aspettando la sorte maligna o la grazia,

di distaccarci in diverse unità,

e proseguire un cammino

distinto dagli altri.

IO me ne sto con le mani dietro la schiena,

e sento il sudore acre scendere sulle vene gonfie.

 

Pérdono! Perdòno! Per dono!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vomito il dolore di restare al mondo senza te.

Rigetto la rabbia di una vita di desiderio ingurgitato.

Sono bulimica per amore.

Nello sforzo di spalancarla, la mascella si è aperta in due e ora grido più forte.

 

IO che amo solo te.

IO che voglio solo te.

Il mio cuore sanguinante mi è scoppiato dentro e solo tu puoi ascoltarne i battiti.

 

 

Cuore con le spine. Sono la tua madonna ingioiellata con la corona del supplizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La bocca è l’ombelico del mio corpo.

Del mondo ho inspirato vapori di ogni tipo,

che con decisione restituisco in osmotici scambi dall’interno all’esterno.

 

IO ho succhiato la linfa rossa dei miei anni verdi,

IO sono donna, seduzione, mistero.

Non parlo, eppure ti tengo incollato a me.

Non ti bacio, sebbene nessun altro mio servigio ti appagherebbe di più.

 

 

Fuuuuuuuuuhhh, fuuuuuuuuuuuuuhhhh…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dove sei stata? A chi hai venduto l’anima? Chi ti ha rapita?

Sprezzante di ciò che prima ti rendeva felice,

guardi gli altri da un piedistallo fabbricato con mattoni di un altro mondo.

Estranea, infettata dal virus della presunzione, altera, non sei più dei nostri.

 

IO ti osservo nelle tue forme perfette e superumane.

IO ho paura dei tuoi nuovi poteri. Torna tra noi, rinuncia alle false promesse di Giuda.

Sputa quel cibo alieno, siediti di nuovo alla nostra tavola d’infanzia.

 

Amica mia, mi manchi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con la faccia al muro giochiamo a nascondino.

Contiamo lentamente per non dimenticare nessuna penitenza.

Di fronte, gli occhi hanno un interlocutore di cemento freddo che non li fa arrossire.

Il sole fuori scalda la schiena e ricorda che è lui l’unico testimone.

 

IO ripenso con dolcezza il mio passato, non lo cancello, non lo ripudio.

Stamattina mi son fatta sorprendere dai ricordi così teneramente,

i capelli spettinati dal sonno, la sottoveste profumata ancora dalla notte.

Il mio braccio non è teso alla guerra, ma piegato dolcemente a reggermi i pensieri.

IO mi sento prescelta, sono così,

 

Fortunata.

 

 


 

La tecnica della serie Pinholeros (2017) usata da Gianni Grattacaso consente la scomposizione dei tasselli costitutivi dell’immagine fotografica.

La percezione in questo caso è sollecitata a risolvere più di un compito: ricomporre l’immagine, riconoscerne gli eventuali doppi che amplificano il particolare, ricucire insieme i pezzi scollati del quadro, superando gli errori voluti nell’esecuzione.

 

Pinholeros in bianco, nero e rosso, rappresenta un originale esempio di destrutturalizzazione della materia fotografica. Il fruitore è caldamente invitato a costruire insieme all’artista il puzzle della verità, a capovolgerla. Una o le molte verità che l’opera può raccontare. La paziente messa in gioco dei vari pezzi restituisce all’immagine una riparazione, un’unità, un riposizionamento nel flusso delle cose invisibili che circondano la nostra vita.